BAU
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BAU è un’Associazione Culturale fondata a Viareggio nel gennaio 2004, autogestita e senza fine di lucro. In ambito locale e mediante collaborazioni nazionali e internazionali, il progetto si propone come centro di incontro e aggregazione che coinvolge le più diverse discipline: pittura, scultura, fotografia, video, installazione, performance, teatro, narrativa, poesia, critica d’arte, fumetto, musica, ma anche ricerca scientifica, gastronomia ed altre attività non umanistiche.

BAU produce a cadenza annuale l’omonimo Contenitore di Cultura Contemporanea, un cofanetto in tiratura limitata che racchiude opere originali di autori locali e di diversa provenienza geografica. La pubblicazione raccoglie l’eredità delle riviste d’artista e ad assemblaggio degli anni Sessanta-Ottanta, aggiungendo una originale dimensione di lavoro di gruppo e di condivisione progettuale e di idee, che si esplica anche nell’organizzazione di mostre, letture, convegni, rassegne ed eventi performativi.

BAU intende intensificare le relazioni interdisciplinari e ampliare sempre più il numero di partecipanti sia italiani che stranieri, stimolando cooperazioni e sinergie. Il progetto promuove la sperimentazione e la ricerca di nuovi linguaggi ed elabora tesi sui rapporti tra arte, scienza, politica, ambiente e uomo. Opera, inoltre, per la necessaria verifica, lo studio e la sistemazione critica di una storia dell’arte e della produzione poetica degli ultimi decenni in Versilia e nella costa ovest tirrenica.

Prima di BAU: la tradizione degli “assembling

Il “contenitore di cultura contemporanea” BAU, pur con caratteristiche di assoluta novità per quanto riguarda il coinvolgimento di un’eterogenea campionatura di operatori culturali residenti in Versilia e dintorni, si inserisce al tempo stesso in una tradizione ampiamente consolidata nell’ambito della ricerca artistica del XX secolo (e oltre). Le edizioni collettive e autoprodotte di multipli d’artista in forma di rivista-contenitore possono infatti vantare progenitori illustri, quali la seminale rivista statunitense Aspen alla cui realizzazione hanno contribuito letterati e artisti di fama mondiale, o il longevo progetto Assembling curato a New York da Richard Kostelanetz, dal cui nome deriva la definizione di “assembling magazines” (riviste ad assemblaggio), oggi largamente impiegata per identificare questo genere di pubblicazioni.


Aspen, concepita dalla giornalista Phyllis Johnson mentre si trovava in vacanza nell’omonima località sciistica del Colorado, è una rivista d’arte multimediale edita negli Stati Uniti tra il 1965 e il 1971 (una integrale versione web dei 10 numeri prodotti si trova a www.ubu.com/aspen), con numeri tematici affidati di volta in volta alla direzione di diverse personalità dell’avanguardia internazionale dell’epoca: ad esempio, il n. 3 sulla Pop Art è stato curato da Andy Warhol e David Dalton, il n. 4 sulle teorie mass-mediatiche di McLuhan dal suo grafico di fiducia Quentin Fiore, mentre George Maciunas e Dan Graham hanno organizzato il n. 8 incentrato sulle attività del gruppo Fluxus (responsabile a sua volta di una infinità di multipli collettivi ad assemblaggio). Ciascun numero di Aspen consiste di una varietà di materiali raccolti all’interno di cofanetti di cartone di forma e dimensioni variabili: testi, foto e stampati nei più diversi formati, registrazioni fonografiche (in totole ben 13 diversi flexi-disc con letture poetiche, musica elettronica, jazz, ecc.), in un caso perfino una bobina di pellicola Super-8.


I materiali “sciolti” raccolti in cofanetto da Aspen erano però nella quasi totalità dei casi stampati a cura della redazione. Diverso il concetto di Assembling, esperienza con particolare enfasi letteraria co-fondata nel 1970 dal già citato critico e poeta sperimentale newyorkese Richard Kostelanetz, di cui si contano una dozzina di uscite nell’arco di un decennio: ai partecipanti veniva richiesto di stampare o creare manualmente a proprie spese 1000 copie di un lavoro (poesia, testo, opera visuale) in un formato prefissato, tali pagine venivano poi raccolte e rilegate in volume a cura del coordinatore. Data la notevole quantità di partecipanti (un numero di Assembling poteva contenere fino a 400 pagine!), il laborioso processo di composizione e rilegatura delle copie veniva solitamente svolto da Kostelantez con l’aiuto di un congruo numero di artisti e amici, nel corso di appositi “party di assemblaggio”. Nel frontespizio del n. 10 della rivista (Tenth Assembling - A Collection of Otherwise Unpublishable Manuscripts, a cura di Scott Helmes, R. Kostelanetz e David Cole, Assembling Press, New York 1980) è riprodotta una serie di foto relative alla preparazione di un numero, con lunghi banconi stracolmi di pile di stampati e varie persone intente nell’impegnativo smistamento manuale delle pagine.


Le pubblicazioni “ad assemblaggio”, moltiplicatesi internazionalmente dagli anni ’70, rappresentano nel loro insieme un’alternativa indipendente e tendenzialmente cooperativistica all’editoria tradizionale. In genere, chi intende promuovere un’esperienza di questo tipo circola un invito richiedendo ai collaboratori l’invio di una o più pagine con testi o lavori visuali, prodotte direttamente dai singoli partecipanti in un numero prefissato di copie (usualmente tra le 50 e le 100, ma si può arrivare anche a tirature ben superiori, come nel caso di Assembling), su di un tema specificamente assegnato o a soggetto libero. Nella maggior parte dei casi, le pagine prodotte a proprie spese dai partecipanti non sono semplici fotocopie (queste vengono anzi spesso bandite), bensì fogli di diversa natura e consistenza interventati manualmente in vario modo: con disegni, colorazioni, timbri, piegature, applicazione di foto, collages o altro. Tutto ciò, insomma, che sarebbe impensabile trovare tra le pagine di una normale rivista. I pacchi di fogli ricevuti dal o dai coordinatori vengono poi smistati manualmente all’interno di contenitori di varie fogge, oppure rilegati con copertina e aggiunta di testo introduttivo, schede sugli autori ed altri eventuali apparati redazionali. Una o più copie del multiplo così assemblato viene poi consegnata o spedita gratuitamente a ciascun collaboratore, mentre i quantitativi restanti servono come materiale di scambio, vengono inviati come documentazione ad archivi e biblioteche o posti in vendita per recuperare le spese sostenute nel confezionamento e promozione del prodotto. Ricevere a casa una rivista di assembling equivale ad ospitare una piccola, variopinta ed eterogenea “mostra a domicilio”.


L’assembling replica dunque, in veste meno pretenziosa, alcune modalità del multiplo o della cartella d’autore. In genere, però, non sono finalità mercantili o meramente promozionali bensì obiettivi di tipo collettivistico e documentativo a motivare la produzione di progetti ad assemblaggio, soprattutto in aree soggette a limitazioni nella libertà di stampa (com’è accaduto in vari Stati dell’Europa dell’Est prima della caduta del Muro di Berlino), o per circolare informazioni su forme espressive emarginate dai circuiti ufficiali dell’arte, come nel caso della poesia visuale latino-americana dei ’60 e ’70. Caratteristiche tipiche della pubblicazione ad assemblaggio sono quindi la sua economicità (ogni autore paga la stampa delle proprie pagine), la libertà assoluta nei formati e nella periodicità, la circolazione senza fini di lucro (il copyright dei singoli pezzi resta agli autori) e l’accento posto sullo spirito di collaborazione e cooperazione.


Sulla storia di questo tipo di pubblicazioni sono state allestite varie mostre, tra cui merita ricordare quella del 1997 presso la biblioteca dell’Università di Pennsylvania, Networking Artists & Poets: Assemblings from the Ruth & Marvin Sackner Archive of Concrete & Visual Poetry. Dal catalogo di questa e altre retrospettive similari si desume che le esperienze di assembling maggiormente diffuse e conosciute sono quelle fuoriuscite dai circuiti internazionali della poesia sperimentale e della mail art (arte postale), due reti sotterranee le cui ramificazioni si sono spesso intersecate e sovrapposte. Pubblicazioni a connotazione prevalentemente poetica si sono diffuse soprattutto negli anni ’70 e ’80 in diversi paesi del Centro e Sud America: tra queste, Algo Pasa, Karimbada, Punho Magazine, Projeto Povis, International Book e altri titoli editi dagli argentini Edgardo-Antonio Vigo e Graciela Gutierrez Marx e UNI/vers(;) curato dall’esule cileno Guillermo Deisler. Altri centri vitali di produzione poetico-visuale sono la Spagna (Orgon, Texto Poetico, Piedra Lunar, Pintalo de Verde, Carpeta El Paraiso) e i paesi dell’Est (SVEP, Total, Box Project, Tango), senza dimenticare l’Italia (Geiger di Adriano e Maurizio Spatola, Busta Sorpresa di Carla Bertola, Continuazione A-Z di Luciano Caruso e Stelio M. Martini, Ad Hoc a cura di Sergio Cena, ecc.).


Per quanto riguarda invece la mail art, progetti degni di nota sono Mani Art, di cui il francese Pascal Lenoir ha assemblato oltre 100 numeri, le californiane Data curata da Richard Meade (un numero per ciascuna lettera dell’alfabeto) e Stamp Art edita da Bill Gaglione (dedicata ai timbri d’artista), l’ungherese Leopold Bloom (ogni numero ispirato ad un passo dell’Ulisse di Joyce), le tedesche Miniature Obscure (raccolta in raffinate scatole cubiche o circolari) e Pips (in voluminosi box di cartone in cui può capitare di trovare guanti da giardino, buste di pop-corn e altre bizzarrie), infine la rivista a direzione itinerante Care inaugurata dall’olandese Bart Boumans e le produzioni multimedia del gruppo internazionale Trax (box di cartoline più cassetta audio, cartelle di copy art, ecc.). Curatissima nell’impianto grafico e nel formato sempre diverso e sorprendente (numeri sigillati in barattoli da conserva in metallo, dentro vaschette in alluminio, in busta di tela serigrafata, ecc.) è poi la britannica Cactus Network, ispirata ad una critica radicale dei linguaggi dei media e singolare per la sua natura (auto)didattica, essendo nata all’interno di un’accademia d’arte con collaboratori raccolti perlopiù nell’ambito di scuole d’arte di diverse nazioni. Infine, una sorta di “prova generale” di BAU è stata nel 1998 la confezione Sofo Glu Glu assemblata e incellofanata in vassoio per alimenti da Antonino Bove con lavori originali di una dozzina di autori (Albani, Barsottelli, Lora Totino, Miccini, ecc.), ispirati ad una singolare esperienza di rassegna performativa all’interno di un allevamento (e con la collaborazione) di oltre 7000 tacchini.


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